Tra Shakti e Maya

mercoledì 24 febbraio, 2016 § 0 commenti § permalink

Tra Shakti e Maya
TRA SHAKTI E MAYA
di Sabina Vannucci
Edizioni Terresommerse, Roma
in vendita nelle Librerie e online
http://www.unilibro.it
http://www.libreriauniversitaria.it
www:terresommerse.it
 
 
 

"L’Amore verrà e sarà farfalla 
avrà occhi per farsi scoprire
accadrà e avrà un tempo 
per fiorire e ferire
finirà e avrà finalmente
il corpo immortale della memoria".

 

Nell’induismo Shakti è la Dea madre, il principio femminile duale, creativo, equilibrante e distruttivo al tempo stesso. Maya in sanscrito, invece, significa illusione.Schopenhauer recupera questa definizione dall’induismo e parla del ‘velo di maya’ per intendere appunto una realtà velata, illusoria e inesorabilmente ingannevole. Tra Shakti e Maya è il titolo che ho scelto per questa raccolta di poesie, perché quello è il luogo in cui sento spesso di trovarmi: tra gli equilibri e la furia del femminile e la dualità, la molteplicità dei punti di vista, la relatività dei vissuti, l’inganno di quel che si percepisce e che sembra reale ma che al tempo stesso muta e ha più facce.Molte delle mie poesie hanno avuto la loro origine proprio dal bilico tra queste due energie: Shakti la mutevole e l’illusorio di Maya.Quando mi ritrovo immersa in quella confusione e in quella potenza, allora dipingere o scrivere diventa per me come tentare di fare ordine nei cassetti, riallineare gli eventi, salvare le immagini più magiche e essenziali, illudermi di riuscire a dare un nome e un luogo poetico a tutte le cose belle e incerte che continuano a trasformarsi, ad apparire e a scomparire dentro e attorno a me.

Grazie a mia figlia e a mia madre, anelli amorevoli e fondamentali a me prossimi, di quella catena ‘femminile’ che attraversa il tempo e a cui sento appartenere.

Un ringraziamento, infine, a chi avrà voglia di passare un po’ del suo tempo con me leggendo questa raccolta.

Sabina Vanucci

I proventi della vendita di questo libro vanno all’associazione Go.Far. per la ricerca sull’Atassia di Friedreicht





STAMPA

ARTICOLO/recensione di Silvana Maja su Leggendaria- marzo 2014

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CRITICA

Il tema e il tono della raccolta di Sabina Vannucci, Tra Shakti e Maya, si impongono già dai primi versi come strutture portanti del libro. L’attenzione dello sguardo è su uno spazio di osservazione che considera essenzialmente l’avvicinarsi e il ritrarsi di stati d’animo e umori del tutto umani che fanno risaltare, e allo stesso tempo alleggeriscono, una sperimentata solitudine. Il tessuto linguistico della raccolta è ricco di figure retoriche, di allitterazioni e inversioni, rime, iperboli, enfatizzazioni. Tra queste figure, l’ironia serpeggia spesso come strumento di allontanamento dall’incandescenza di situazioni e spinte emotive sofferte. Tenera amante mia un amore finito/vita di un io smarrito che evitava la mia. Ecco un distico che offre un esempio convincente dell’uso ironico della rima e di scarto tra l’enunciato del pensiero e il suo risvolto di verità. E ancora: Dorato amico grazie angelo amato/essenza e quieta assenza in apparenza/latore d’iniziatico tracciato/che sveli a ogni mio bivio disperato/silente ed esoterico presente/demone rifulgente angelicato.
Qui il battito insistito di allitterazioni e rime fa procedere velocemente la narrazione, in una specie di rincorsa o di accavallamento di suono per arrivare all’attributo finale, ‘angelicato’, che nell’accoppiamento con ‘dorato’, ad apertura di poesia, consente di stringere in una breve circonferenza l’esito pacificato della corsa.
Una poesia sonora, veloce dove ironia e senso si inseguono superandosi, nello spazio di vita lasciato aperto alla scrittura e per dare voce a parole che risiedono nel profondo della coscienza poetica: vastità, bellezza, natura, amore…
(dalla prefazione di Daniela Attanasio)





 

INTERVISTE

Tra Shakti e Maya

Conversazione con Sabina Vannucci
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it – giugno 2014

http://www.riflessioni.it/conversazioni_fasoli/sabina-vannucci-tra-shakti-maya.htm

Vannucci, quando hai scoperto la tua vena creativa?

Della prima poesia ricordo con tenerezza il momento in cui ho cercato con urgenza carta e penna. Avevo circa dieci anni, su una terrazza affacciata sul lago di Bled, una notte in Slovenia. Provavo emozioni. Le parole che mi attraversavano la mente erano semplici, ma il loro suono aveva l’andamento dello sciabordio del lago, la cosa mi colpì e così decisi di scriverle. Da allora ho continuato a scrivere poesie fino ai venticinque anni circa. Ho un quaderno, scritto a mano con la biro, in cui si vedono evolvere sia la scrittura sia la calligrafia. Poi basta.
Nei vent’anni successivi, nulla.
Avevo continuato a scrivere molto, molti ‘scritti da cassetto’, ma poesie, mai più.
Ho ripreso quando, durante un periodo molto duro della mia vita, ho fatto un confronto estremo con me stessa, un confronto che non ammetteva fughe e mi sono detta: “Ma a te cosa ti piace ‘davvero’ più di tutto?” E sono riaffiorate cose dimenticate. Così dopo anni tecnici, di architettura, ho ripreso anche ciò che avevo fatto languire, ovvero la poesia, il disegno e la pittura.
Ho ripreso a scrivere poesie come una furia, bloccandomi sul motorino a metà di un percorso, o in metropolitana. Anche nei momenti più assurdi, se c’è bisogno, tuttora mi fermo e scrivo.

Quando le scrivi hai presente un pubblico?
Mai. Ho scoperto l’esistenza di una possibile relazione con un pubblico quando mi son tornati indietro i primi riscontri, che in effetti mi hanno stupito. Non avevo considerato l’eventualità di muovere emozioni anche in altre persone.
Il primo libro, (ne ho finito un altro, che è attualmente in cerca di pubblicazione) l’ho cominciato a scrivere come un’alternativa al percorso analitico, che avevo dovuto interrompere.
E’ stata una psicoanalisi autarchica.
Cercavo la mia verità e questa, in genere, è una cosa che si fa in privato.
Però, una delle sorprese più preziose e piacevoli per me, ora, è sentire le interpretazioni che vengono fatte delle mie poesie, mi raccontano cose nuove, che io stessa non vedo. Amo quando ciò che scrivo arriva al cuore di qualcuno cambiando, a quel punto, forma e essenza. Amo quel momento in cui la poesia non è più mia, ma diventa di chi la legge.

Senti intimamente una maggiore propensione verso l’immagine o verso l’espressione poetica?
Son due linguaggi che mi chiamano alternativamente, io semplicemente li ascolto e prendo o la penna, o il pennello, o una forma da forgiare o uno spazio da progettare.
Quando uso la poesia però, sento che i miei limiti mi sono meno d’intralcio, rispetto ad altre forme espressive. Con la poesia riesco ad andare più a fondo dov’è che voglio arrivare. E’ più intima.
La  progettazione è il mio mestiere, mentre la pittura la sento maggiormente come un gioco, lì mi perdono di più, le volte in cui ‘ci giro intorno’ o in cui tento  invano di dire esattamente, con l’immagine, ciò che intendo.

Come viene fuori un titolo?
Il titolo di una mia poesia in genere arriva alla fine, lo cerco tra le righe di ciò che ho scritto.
Quando comincio a scrivere lo faccio perché ho una sensazione intensa, che però non riesco a capire e a catturare del tutto fintanto che non è scritta.
Scopro il senso di ciò sentivo di voler trasformare in parole, pienamente, soltanto a poesia finita e il titolo chiude il percorso.

Quali sono le tue predilezioni letterarie?
Ho avuto veri incontri d’amore nel corso della mia vita di lettrice.
Tra le grandi passioni che mi hanno dato tanto ci sono stati senz’altro Italo Calvino, Marguerite Yourcenar, Henry James, Emily Dickinson, Eugenio Montale, Heinrich Boll, Christa Wolf e Pasolini.

Non sono scrittori che abbiano molto in comune, se non il fatto, per me, che maggiormente, rispetto ad altri, il leggerli scivola senza necessità di comprensioni dritto dagli occhi al cuore. L’incontro con loro per me è riposante, come gli incontri che si hanno con quei rarissimi amici con cui ci si comprende ancora prima di cominciare a parlare.
In questo senso, ad esempio, amo anche leggere Jorge Amado e mi dispiace non conoscere il portoghese, perché intuisco che debba esserci un linguaggio gustoso e una gioia sonora speciale nei testi originali dei suoi libri, di cui io non posso godere pienamente.
Amo molto la sonorità delle parole. A volte infatti mi piace scrivere come se componessi musica e in quei casi il senso diventa quasi secondario, rispetto al gioco vocale del testo.

Se dovessi dare un colore alle tue poesie, quale sceglieresti?
Ogni poesia che scrivo ha il suo colore. Anzi, per me spesso le parole arrivano dopo che un colore, un odore, un suono o un gusto hanno imposto la loro presenza. Ho poesie metalliche, rugginose o d’acciaio, altre bianche, altre che hanno il colore del chiarore che fa una lampadina nella notte. Alcune hanno colori pastello, in genere sono quelle in cui faccio giochi di parole, quelle affollate di persone o quelle in cui rido. Quelle in cui respiro e cerco espansione sono cilestrine, semitrasparenti o gialle come il sole. Le più sofferenti hanno il colore del petrolio e sono di un nero sporco, denso, sbavato di marrone ai bordi, sono pozze scure con iridescenze mutevole e sorprendenti.  Sono di un colore che non si comprende se sia orribile, o bellissimo.

Doriano Fasoli


INTERVISTA RADIOFONICA di Silvia Cangelosi su Deliradio –  Pantarei, luglio 2013

http://www.mixcloud.com/sabinavannucci/

 

 






 

 

 

 

 

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